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domenica 11 gennaio 2026

Due bambini al casolare Impastato: quando la memoria diventa seme.

Sabato 30 agosto 2025 avrei potuto trascorrerlo al mare, tra una nuotata e un po’ di sole. Invece ho aperto il casolare Impastato, come da calendario concordato tra le Associazioni che lo gestiscono e la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Palermo.

Sembrava una mattina come tante, ma si è trasformata in un’occasione di riflessione.



Prima ho incontrato Cinzia, una giovane dottoranda di Firenze che studia il rapporto tra donne e mare. Da lì la conversazione è scivolata sulla storia di Peppino: il circolo Musica e Cultura, l’esperienza di Radio Aut, la sua voce scomoda e coraggiosa, il contesto di questa storia collettiva. La memoria funziona così: ti porta sempre altrove, ti costringe a fare connessioni inattese.

Poi è arrivata Federica, una ragazza dell’Umbria che anni fa aveva fatto servizio civile a Casa Memoria Impastato ed oggi ne è socia e attivista. Questa volta era accompagnata da due bimbi, sei e quattro anni, curiosi e pieni di domande. Ammetto che mi sono sentito spiazzato: come si racconta a due bambini la storia di un uomo fatto saltare in aria dalla mafia?

Eppure lei ci è riuscita. Con semplicità, ha mostrato loro la panca – oggi rifatta in plexiglass, una brutta copia che oserei dire offensiva della Memoria e che non restituisce la forza dell’originale – dove hanno rappresentare le tracce di quel giorno. Li ha preparati con un linguaggio a misura di infante: avevano già letto il fumetto Peppino naso all’insù, e questo li aveva resi pronti a capire. Hanno ascoltato senza paura, con quella naturale serietà che l’infanzia sa riservare alle cose importanti.

Li ha poi fatti fermare davanti ad una sola foto tra quelle immagini dell’orrore appena compiuto, l’ha fatta guardare bene per ricordarla: il muretto della ferrovia, le agavi, i binari, la cava nella montagna, il cartello sulla ferrovia che dice Peppino assassinato qui. Infine li ha portati davanti a quel luogo reale, facendo sovrapporre loro il ricordo dell’immagine e la realtà. Uno sguardo che colmava la distanza tra il passato e l’adesso.

In quel momento ho capito qualcosa di essenziale: la memoria non è un museo, non è una cerimonia, non è una data sul calendario. È un gesto che passa di mano in mano, di voce in voce, persino agli occhi di due bambini. Non è mai troppo presto per imparare che la giustizia e il coraggio hanno un prezzo, ma che vale la pena ricordarli.

Forse il compito di chi custodisce la memoria è proprio questo: non tenerla ferma, ma consegnarla. Farla germogliare. Perché la storia di Peppino non appartiene solo a chi l’ha vissuta: appartiene a chi verrà dopo.

Il casolare Impastato, allora, non è solo un luogo della morte, ma un laboratorio di trasmissione. Non un mausoleo, ma uno spazio in cui la storia si consegna “di mano in mano”, fino ad arrivare persino alle mani piccole e agli occhi curiosi di due bambini che, un giorno, potranno raccontarla a loro volta.

Forse questo è il senso più profondo del custodire la memoria: non fissarla in un eterno presente, ma darle movimento, farla passare di generazione in generazione. Così che non diventi solo storia passata, ma coscienza viva, responsabilità attuale.

9 Maggio 2025 - Mattina al Casolare Impastato

Come ogni anno la giornata in ricordo di Giuseppe Impastato si apre nel casolare che vide gli ultimi istanti di vita di Peppino.

 


Un luogo sospeso, immerso nella macchia mediterranea, tra gli ulivi antichi che hanno ascoltato troppi silenzi. “

Un luogo che potrebbe sembrare pacifico e che invece la storia ha trasformato”, scriverà una ragazza in uno dei tour antimafia. E ha ragione. Perché qui la quiete della campagna non cancella la memoria, la custodisce.


Il terreno si riempie presto di voci e di passi: giovani dai volti accesi, assetati di capire, di sapere; e compagni di allora, tornati ancora, come ogni anno, con i volti segnati dal tempo e dall’amarezza della vita, ma con la stessa luce negli occhi di quando percorrevano quelle strade insieme a Peppino. In questo intreccio di generazioni, le parole scorrono come un fiume di memoria e resistenza: si raccontano le lotte di ieri e le contraddizioni di oggi, si cercano nuove forme di impegno, si rinnova la promessa di non dimenticare.



Tra la pace apparente del paesaggio e il peso della storia, il casolare torna a farsi cuore pulsante di una comunità viva, che sa ancora pronunciare il nome di Peppino come fosse un atto di presenza, un gesto d’amore e di coraggio.


 
 
 

 

 


 





sabato 25 settembre 2021

La croce e la bandiera

Giuseppe Ruffino, comunista militante. Nella sua lunga militanza è stato per un periodo a fianco di Peppino Impastato. Memorabili le lotte per l'acqua potabile nelle case nel rione "Somalia" a Terrasini. Con la vena del giornalismo si è cimentato nella creazione di diverse testate locali passando poi al web. Ci ha lasciato questo episodio dove, tra l'ironico, l'ilare e il goliardico, ci racconta di un episodio giovanile di Peppino dove già si vede tutta la sua carica ironica.

 

La croce e la bandiera

  Pe raggiungere Cala Rossa dal terreno scosceso che la sovrastava (e la sovrasta), occorreva percorrere un lungo viottolo quasi impraticabile ostruito alla fine da un enorme granito, che bisognava aggirare con qualche difficoltà. Nel tratto mediano, che già sovrastava il mare, gli eucalyptus dell’Opus Dei, del tutto estranei alle nostre campagne, erano stati di recente piantati e ancora per poco sarebbe stato possibile rimirare dall’alto l’isolotto nella sua interezza adagiato nel centro della piccola baia.

 Quella mattina d’estate, non appena arrivati, avevamo notato che, a iniziare dalla sommità del viottolo, lungo il terreno scosceso, avevano steso un filo spinato fissato a robuste aste di ferro annegate in un cordolo in cemento. Cala Rossa, di fatto diveniva così quasi inaccessibile. Responsabile una società, l’ARCES, mi pare si chiamasse. Sulla destra il casermone dell’Opus Dei era ancora scheletrico.

«Opus umana, altro che Dei», aveva commentato Peppino. Anche sul versante ovest, poi, insistevano i lavori sull’alto profilo di Capo Rama dove, di lì a poco, sarebbero spuntati come funghi innumerevoli residences bifamiliari, spacciati per albergo!

 Scavalcammo la recinzione e ci avviammo giù, verso la cala. La giornata era magnifica, senza alito di vento e il mare piatto come l’olio. Superammo l’enorme granito e ci adattammo fra i ciottoli e le rocce. Peppino, mentre si slacciava le scarpe seduto su un grosso ciottolo, notò qualcosa di strano in fondo, proprio sull’isolotto: «Ma … chi è dda cuosa ddà?» aveva sussurrato fra sé.

Una enorme croce in ferro era cresciuta d’incanto sulla sua sommità. «E cchi è … l’Isola di Montecristo!», aveva commentato Giacomino; «Chi c’annu a ffari, a Via Crucis?», aveva infiorettato Pierluigi. E s’erano infittiti i commenti al vetriolo contro i preti.

 Nel pomeriggio ci demmo appuntamento al Bar Sport ru zzu Vartulu, in Piazza Duomo. Peppino lanciò una proposta: «Picciuotti, c’ho pensato, facciamo una enorme bandiera rossa e andiamo a legarla alla croce».

«E come ci arriviamo?».

«Procuriamoci un uzzareddu ».

Ci guardammo piuttosto scettici anche se ormai avevamo fatto il callo alle trovate di Peppino. Non era chiaro, però, chi avrebbe dovuto prestarci u uzzareddu (la barchetta) per spingerci a remi dal porto di Terrasini fino all’isolotto. E poi, di giorno? di notte? quando?

«Peppino, nun ci rumpiri a minchia e liccati u gelatu rû zzu Vartulu», saettò Giacomino.

«Piantare la bandiera rossa», spiegò Peppino, «non è un atto contro Cristo, ma contro i parrini, che fanno e sfannu quel che vogliono come i padroni; che usano la croce per opprimere, per … incantare … per addormentare e non per liberare».

«Questo lo pensi tu, lo pensiamo noi, ma andiamo a spiegarlo alle nostre madri …!», rispose Giacomino.

 In effetti che senso aveva quella immensa croce conficcata proprio lì, nell’occhio della baia? Chi aveva dato l’autorizzazione? Se ci stava la croce, allora anche la bandiera rossa doveva starci. E poi il rosso non era il colore che appattava con Gesù?

Le “giustificazioni”, diciamo così, di ordine storico-politico-teologico non bastarono a evitare gli interrogativi pratici su barca e stoffa rossa. Quali, ad esempio, le misure della bandiera? A occhio e … croce (ora ci vuole) avevamo pensato a una stoffa di almeno 3x4, per non farla “sfigurare” al fianco della mastodontica croce.  

All’infantile progettare condito di immagini più o meno simboliche, si mescolava un alto tasso di goliardia mista a incoscienza e ingenuità. E così, a furia di parlarne, tra battute e sfottò, finiu a bbabbìu.

 I giorni passarono e il progetto pian piano si afflosciò come bandiera senza vento e dopo

una settimana accantonammo del tutto l’idea ripiegando su qualcosa più terra terra.

E fu così che una bella mattina comparve lungo il cordolo in cemento una grande scritta:

 CROCE E ROSSA BANDIERA, INIZIA UNA NUOVA ERA

 Di vernice rossa, però, non ne trovammo. Da perenni squattrinati quali eravamo, usammo un rimasuglio di vernice verde conservato in un sottoscala.

                                                                                          Giuseppe Ruffino

 

martedì 17 agosto 2021

L'estate del 1976 al circolo "Musica e Cultura" di Cinisi


mostra d'arte itinerante

          Tra il luglio e i primi dell’agosto 1976, al Circolo “Musica e Cultura” viene discussa la mia proposta di una mostra d’arte. Per me, timido e insicuro, il rapporto con le persone è sempre stato un problema. Ma al Circolo, dopo alcuni mesi di incontri, dibattiti, cineforum, attività e presenze continue, avevo imparato a conoscere e non temere chi, come me, aveva cominciato un viaggio di crescita culturale che non aveva riscontro in quella società perbenista, catto-clericale di quel tempo, fatta di giornali di provincia e dall’unica rete RAI1. Così proposi, lo ammeto, non senza difficoltà, una mostra d’arte mercato. La proposta fu subito accolta ma … subito fu integrata da altre proposte che impreziosirono la banalità di una classica esposizione al chiuso, ampliandola così di contenuti e significati. La cultura, o almeno il suo tentativo di essere, usciva a cercare nelle strade e nelle piazze le persone con cui dialogare e interagire. Non più un’arte nel chiuso di una stanza-galleria ma un’arte per il popolo che si muove in esso trasformandosi da momento privato in momento di riconquista degli spazi urbani oltre che di crescita culturale dal basso. L’idea viene subito ampliata come momento culturale poliedrico: stand di libri, teatro, musica, balletto, disegno per bambini, fumetto. Un pannello vedrà l’apporto di pensieri, idee e commenti del pubblico. Saranno cinque domeniche che ci vedranno impegnati nei varii quartieri del paese. Ogni volta è una giornata diversa ed intensa. E’ un momento dialettico con il pubblico che si ferma, osserva, si incuriosisce e chiede. Vuole conoscere e capire. E questo ci confortava ed entusiasmava, ci caricava. E’ il riprendersi la strada come momento d’aggregazione sociale contro l’emarginazione e la frantumazione. Ci si trova e si ritrova un modo diverso di stare insieme come momento di formazione e di gioco, di incontro e aggregazione a volte anche attraverso le improvvisazioni di una chitarra, con gli accordi classicheggianti di Piero Impastato.

Durante la discussione sull’articolazione di questa iniziativa che si protrarrà per oltre un mese, Peppino lancia la proposta dei murales. Sembra un’utopia irrealizzabile, ma di lì a poco verrà trovato il muro, anzi due. Il tema del murales cadrà sull’eccidio di Tall El Zaatar

volantino mostra itinerante
volantino mostra itinerante
 

Di seguito il racconto di Maria Concetta Biundo che di quella esperienza ne fu pienamente partecipe. 

 

L'estate del 1976

           Come non ricordare quell'estate del'76 vissuta al Circolo Musica e Cultura? Quell'estate che vedeva noi ragazzi e ragazze del circolo, allora poco più che ventenni impegnati in attività  culturali che tanto clamore suscitavano nel paese. Tante attività che si susseguivano l'una all'altra, una tra tutte la mostra itinerante. Itinerante perché ogni settimana in un posto diverso del paese, a partire da metà agosto fino a circa metà settembre, un posto diverso per portare tra la gente quadri, musica, teatro, libri, animazione, per permettere che quella cultura che cominciavamo a conoscere all'interno del circolo, raggiungesse il maggior numero di persone. Molta partecipazione,  anche tra chi voleva esporre, e così le domeniche delle date prefissate, a partire dalla mattinata si arrivava nel posto programmato,  piazza, metà corso, zona chiusa, villetta XXIV maggio,  zona mulino, zona scuole, si montava la mostra di quadri e foto, ma anche sculture, si posizionava la bancarella con i libri che si ritiravano da Palermo, e che riguardavano gli argomenti più innovativi di quel periodo: energia alternativa, emancipazione femminile, alimentazione, medicina, argomenti vari, espressione di una società che era in fase di cambiamento. E poi seguivano gli spettacoli : spettacoli teatrali, spettacoli musicali, spettacoli per bambini, estemporanea per bambini fatta ai quattro canti vicino alla fontanella. In due manifestazioni sono stati realizzati dei  murales, uno dedicato alle donne, un'altro alla causa palestinese. Quel percorso si è concluso con un raduno a Magaggiari: il primo raduno Nuove Tendenze, che ha visto un'ampia partecipazione  giovanile proveniente dai paesi circondari e da Palermo,  con diversi gruppi musicali che si susseguivano. Un'esperienza unica che ci ha reso consapevoli del periodo che stavamo vivendo, mille iniziative che ci vedevano protagonisti, supportati dall'idea che la cultura, come un'onda, doveva uscire dalle mura del circolo ed espandersi, destare interesse e curiosità. Un'esperienza testimoniata dalle tante foto esposte a Casa Memoria, per ribadire quel concetto ripreso e divulgato poi da Felicia che la mafia si combatte con la cultura e non con la pistola. L'entusiasmo che ci accompagnava era tanto, ed il ricordo di quelle giornate rimane ancora vivo anche se è trascorso quasi mezzo secolo.

Maria Concetta Biundo

 

14 agosto 1976

Dopo poco più di 7 mesi dalla fondazione del #circolomusicaecultura e dopo una serie di iniziative culturali svolte all'interno della sede, dopo l'organizzazione all'esterno dello spettacolo teatrale "le streghe", ci ritroviamo per una iniziativa pubblica che durerà fino a settembre: la mostra d'arte itinerante. Quadri, foto, disegni, danza classica, concerti .... un mese all'insegna della cultura e della creatività. Prima tappa: via Sacramento nella parte adiacente la scuola elementare.







 

15 agosto 1976

          La mostra mercato itinerante fa tappa nella piazza di #cinisi La cultura portata nei luoghi simbolo del potere, in questo caso religione e politica. Il posto degli intrallazzi viene occupato dai colori dei quadri e dalle copertine degli stand di libri. Alternativa al "così è e così sarà". Abbiamo creduto e credevamo nel cambiamento, che le cose non sono poi così immutabili, anche se il futuro era incerto, noi ci provavamo. E la sera concerto e fuori programma: danza classica. Il tutto gratuito, senza sponsor, senza finanziamenti pubblici o privati. Senza secondi fini più o meno occulti ma con tanta leggerezza e gioia di vivere in un impegno difficile. . 

 


 

29 agosto del 1976

La mostra d'arte itinerante approda al quartiere "Chiusa". Caricati i nostri pochi mezzi ci piazzammo in questa piazzetta. Come solito pannelli di legno e cartone dove affiggere foto e disegni, i quadri appesi alle pareti delle case, lo stand dei libri ... in poco tempo tutto fu pronto, con la solita allegria, l'ironia, ... la voglia di cambiare le cose immutabili. Ma quella domenica d'agosto. ... vedemmo solo passare le auto degli allevatori che andavano nelle stalle, verso la montagna e qualche famigliola che, con la scusa di andare a prendere l'acqua alle sorgenti, andava a respirare un po' d'aria di montagna. Nessuno si fermò e non vedemmo anima viva. Ma la cosa non ci demoralizzò ... un'altra domenica ci aspettava, sicuri che sarebbe stata una grande domenica.



5 settembre 1976.

          In questa domenica ci piazzammo nel corso all’altezza dei quattro canti. Il pomeriggio fu caratterizzato da una estemporanea per bambini a cui abbiamo fornito carta, colori e pennelli con lo stesso sistema dell’autofinanziamento. La manifestazione sarà una novità, ricca e vivace. Molti i bambini, di tutte le età, portati dai genitori (e qualcuno si è anche cimentato con carte e colori) ai “Quattro canti” dove il marciapiedi, ampio di suo, si allarga ancora di più. Una festa allegra, vociante, vivace, piena di espressività e colori. Tutti i lavori saranno poi esposti lungo i muri delle case limitrofe.

 



12 settembre 1976.

          Quasi in fondo al Corso Umberto, di fronte la stazione di rifornimento, come al solito montammo pannelli, foto, disegni, quadri, stand di libri. .. ma quello che caratterizzò questa domenica fu la realizzazione di un murales. Peppino era riuscito a trovare il muro!!! Il tema: l'eccidio a Tall el Zaatar avvenuto il 12 agosto dello stesso anno. Tall el Zaatar è stata una bidonville di 300.000 palestinesi, contadini libanesi, armeni poveri e kurdi, ad est di Beirut. Il massacro di circa 3000 civili, tra cui vecchi, donne e bambini, fu l’epilogo di un processo di pulizia etnica portato avanti dalle milizie falangiste cristiane per eliminare, nella parte da loro controllata, qualunque presenza palestinese o musulmana prograssista. Realizzai uno schizzo di massima sul muro precedentemente preparato dai muratori del gruppo, e poi mettemmo mano a pennelli e colori. Tutti ... tranne Peppino che fin dall'inizio ci guardava soddisfatto e osservati anche da numerosi curiosi che si chiedevano, e ci chiedevano, cosa mai rappresentassero quelle scene di guerra e di dolore dipinta sul muro. Come ricorda

Benedetto Cavataio “… la gente rimaneva sconvolta perché non capiva quello che veniva rappresentato. Accadeva che tanti si fermassero a chiedere cosa fossero quei segni sul muro, cosa fossero quei colori, cosa rappresentassero. Cos’erano quei volti, quelle braccia disperate alla ricerca di un aiuto, quei bimbi straziati che venivano rappresentati …”

Quel murales è rimasto per molti anni fino a quando il muro e la vecchia palazzina, che ha fatto anche da set cinematografico per il film "La moglie più bella" non è stato abbattuto per edificare una grande casa in grigi mattoni e rimasta così, ancora in costruzione. Un grande monumento alla devastazione della memoria, all'abusivismo edilizio e monumento all'indefinito siciliano.


 

Due bambini al casolare Impastato: quando la memoria diventa seme.

Sabato 30 agosto 2025 avrei potuto trascorrerlo al mare, tra una nuotata e un po’ di sole. Invece ho aperto il casolare Impastato , come da...