Storie ribelli: micro storie di ragazzi e ragazze a Mafiòpoli con Peppino Impastato. Piazza virtuale, contenitore di racconti, serbatoio di emozioni condivise dal profondo del cuore e della Sicilia ribelle a mafia e repressione.

Teatro Gruppo Femminista Romano "Le Streghe"

 


teatro "le streghe"

 

Il 24 luglio del 1976 il circolo “Musica e Cultura”, attraverso la sua componente femminile, presenta lo spettacolo teatrale “Le Streghe” del Gruppo Romano Teatro Femminista. Nello spiazzo antistante la scuola elementare “Tenente Anania”, in via Sacramento, si rappresenterà una piece teatrale semplice, con una scenografia povera, fatta di fili stesi dove appendere panni teatralmente lavati al fiume o che, diversamente appesi, simuleranno un bosco o faranno parte di un improvvisato tribunale medioevale dell’inquisizione. Il tema è quello della sottomissione della donna e rappresentato attraverso la metafora della caccia alle streghe. E’ la prima volta che la componente femminile partecipa attivamente alla preparazione di un evento preparando le tessere-biglietto (prezzo “politico” cioè simbolico, di qualche centinaio di lire, ma anche ad offerta libera o … gratis) preparando e distribuendo volantini e cercando un dialogo con le donne del paese che, a leggere dalle pagine del loro diario, non ci sarà. All’interno del gruppo delle ragazze nasce anche un dibattito tra chi avrebbe voluto gestire tutto lo spettacolo da sole, senza l’aiuto dei ragazzi (palco, luci, trasporti, autorizzazioni…) per dimostrare la loro capacità e autonomia, e chi invece ha ritenuto importante questo coinvolgimento maschile come momento di crescita comune. Di seguito una rara testimonianza di quell’evento, anzi unica, perché vista e raccontata da chi ha preparato e realizzato lo spettacolo.





 

 

Il testo seguente è stato riadattato dal testo originale “perché le Streghe” dalla rivista EFFE del novembre 1976 e visionabile sul sito: EFFE

 

 

perché “le streghe”.

cronaca del viaggio in Sicilia del Gruppo Romano di Teatro Femminista «Le Streghe».

novembre 1976.

delle streghe si è parlato parecchio nella seconda metà degli anni ‘70. Sappiamo che, nell’arco di alcuni secoli, ne furono mandate al rogo qualcosa come otto milioni. Con loro si voleva spegnere quel tessuto contadino ricco di un superstite paganesimo, che aveva la sua medicina e i suoi riti campestri, così poco controllabili dal potere cittadino e clericale. La repressione della chiesa, come sempre, colpì le donne con particolare insistenza, riversando su di esse teorie e torture indiscutibilmente sessuofobiche. Perché dunque le streghe? Il Gruppo Romano di Teatro Femminista è un gruppo unito dalla voglia di riconoscersi e non meno quella di giocare un gioco nuovo.

E’ un piccolo gruppo che discutendo fa le ore piccole ma che a volte ha solo voglia di una pizza, andare a spasso e divertirsi insieme. Ed è una scoperta perché piano piano il loro spazio, ritagliato nel loro tempo, si carica di nuovi affetti, gioia, complicità: uno spazio stregonesco, dove leggere e discutere con quella stessa complicità che avrà unito le streghe in un mondo che, allora come adesso non dà spazio all’allegria. E’ questa la ragione dello spettacolo “Le Streghe” che verrà portato in tour in Sicilia e da Castellammare a Palermo avrà le tappe finali a Terrasini e Cinisi.

Abitavamo a villa Fassini, presso Terrasini, ospiti, ma non è un termine giusto, perché ci sentivamo a casa nostra. Nella grande casa non c’era acqua e ci davamo grandi secchiate d’acqua dal pozzo — acqua fredda, brividi, risate —. Poi la sera si partiva sul pulmino verde con sopra uno scatolone enorme e un po’ scassato, con nastri colorati che scappavano fuori e sventolavano. E si andava a dire che la gioia esiste, che vivere è bello se distruggiamo in noi la paura della paura ed i suoi monumenti, che sognare e vivere è possibile.

Compagne che avete rabbia e voglia di vivere eravate con noi e non lo sapevate! In ogni nostra parola ai bambini e alle donne, in ogni esplosione di gioia e di meraviglia, nella prontezza dell’organizzazione, nei nostri corpi liberi e vivi c’era la forza della dimensione donna! — Io sono quella che sono — diceva Gemma e abbiamo cantato in Sicilia, nelle piazze di piccoli paesi patriarcali, abbiamo cantato dell’omosessualità, delle fughe dalle famiglie per amore di noi stesse, dei nostri corpi fonte di vita e di piacere, della nostra oppressione, della nostra ribellione.

Arrampicate sul pulmino, a stendere fili, a scaricare e ricaricare, ognuna responsabile e quindi libera, ognuna attenta all’altra e quindi libera, ognuna felice e quindi libera. Nessuno ha organizzato il nostro viaggio, qualche telefonata, il nostro desiderio di fare, di esprimerci, e il desiderio delle compagne siciliane di aggiungere un tassello alla loro attività, alla loro presenza, al desiderio di essere soggetti attivi ha aperto uno sprazzo di alternativa: partecipazione negli interessi, nei desideri, nella gioia. Ma ci pensate? Nessuna di noi attrice, ognuna di noi soffocata dall’alienazione di una realtà che non ci appartiene, che non ci dà spazio, che rifiutiamo, con il disagio profondo che ne deriva, op-là, abbiamo fatto il salto. Bambine di nuovo, sì, ma non più indifese, con una profonda coscienza, conoscenza e riconoscimento della diversità degli «altri», e di conseguenza, con una profonda coscienza di «noi» che finalmente è potuta venire fuori, trovare uno spazio e perfino socializzarsi! Sono stati solo dieci giorni, il futuro è incerto, il malessere riaffiora, ma adesso sappiamo che è possibile fare qualcosa! Avevamo sempre recitato al chiuso, relativamente sicuro dei teatrini romani, mica tanti, due tre, la parola d’ordine era: l’importante è esprimersi e stare bene tra noi, il pubblico reagisca come vuole. Poi la faccenda ha cominciato a starci un po’ stretta.

A Partinico la prima esperienza di piazza, a momenti affogavamo in un mare di gente, nella villa comunale, noi che avevamo rifiutato uno spazio rialzato e avevamo scelto di stare tra la gente.

A Palermo, Antonia e Peppina: ci hanno ospitato, ci hanno seguito per tutto il nostro soggiorno in Sicilia, hanno organizzato il volantinaggio per la propaganda allo spettacolo, e noi dietro a loro, alla SIAE, in questura. A piazza Marina eravamo tutti su un rialzo, noi e il pubblico. A Laura avevano scippato la borsa due ore prima: duecentomila lire di perdita complessiva. Tra noi c’era una tensione che rasentava l’isteria. Credo che alcune di noi vivessero il fatto come una punizione alla ribellione, alla provocazione, all’eversione.

A Castellammare sono riuscite a procurarsi una quantità incredibile di sedie di legno pieghevoli per gli spettatori, e avevano stampato perfino i biglietti con tanto di scritta «Le Streghe» in caratteri gotici! C’era un vento secco, forte, dopo tre ore di esposizione prima dello spettacolo io mi sentivo — avete presente quei gusci di lumaca vuoti secchi e quindi fragilissimi che si vedono in campagna? — ecco, così.

Poi lo spettacolo, qualche maschio stronzo che disturbava, noi ci guardavamo con muta reciproca interrogazione, perché c’era qualcosa. Ci sentivamo uno strano silenzio dentro e fuori, eppure oggettivamente tutto era normale. Chissà, Castellammare è un paese spinto dalle montagne alte e incombenti verso un mare enorme a centottanta gradi, il vento si incanala nelle gole il mare si increspa e in mezzo il paese e noi. Ho rivisto i nostri mostri, la mamma, il niente: i mostri vanno combattuti, guai a fuggirli.

A Terrasini c’era un uomo con noi, un grosso bambino calvo profondamente malato — quel profondo senso di solitudine incolmabile, quante di noi lo hanno provato, incapacità nostra o degli altri? dipendenza-solitudine, alternativa insuperabile. Nascosto per sua scelta e sua preoccupazione dietro un lenzuolo, lui che trova la sua unica autentica dimensione aggrappato ad urlare e/o piangere e/o lenire il suo dolore aggrappato ad una chitarra. È stato bene con noi, solo per due giorni: sentiva che ci volevamo bene mi ha detto, perché sentiva insieme solidarietà, gioia e vitalità.

A Cinisi è stato l’ultimo spettacolo siciliano. In quel paese a 40 km da Palermo, dove, oltre a un gruppo di compagne in gamba, esiste un gruppo di ragazzi che fanno autocoscienza. Erano infatti stranamente non aggressivi nei nostri confronti, a differenza degli altri compagnucci che ci avevano prese per ricche nababbe un po’ matte, in gita di piacere per la Sicilia. E invece di soldi ne avevamo pochini; lo scippo di Laura e il pulmino fuso al ritorno ci hanno dato un bel colpo. «Gli dei patriarcali all’attacco» dice Gemma, ma noi nonostante tutto avevamo sempre una grande gioia dentro e mangiavamo e ridevamo. A Cinisi è andato tutto bene: avevamo perfino le luci! Abbiamo distribuito qualche tamburello alle ragazze che erano venute a vederci: «Per favore, suonate durante il sabba, il nostro registratore non funziona». Era vero, ma per l’occasione scoprivamo la gioia di far partecipare la gente, le compagne, un desiderio che abbiamo sempre ma che non vogliamo teorizzare né imporre. C’è stata qualche perplessità iniziale, un po’ di timidezza, ma al sabba abbiamo avuto molta musica, proprio una sarabanda.

E’ uno spettacolo semplice: racconta dei dialoghi delle donne al fiume, fatti di fiato e non di comunicazione. Racconta l’ansia di libertà e l’inquietudine che pian piano spinge le donne fuori dal villaggio, a notturni incontri nel bosco, dove chi non è strega lo diventa ben presto, imparando a curarsi e insieme ad amarsi. Coi processi, la ricostruzione fantastica cede il posto alla storia. Ai grotteschi magistrati le donne oppongono a volte ingenuità e paura, a volte invece una coscienza incrollabile: «Voi non avete più potere su di me, perché io sono quella che sono». Scene, costumi, dialoghi, improvvisazioni, regia, musica, grane e contentezza sono lavoro di gruppo.

Alla gente lo spettacolo è piaciuto: alla fine qualcuno è venuto a salutarci, si sono formati capannelli di discussione, ed è stato questo soprattutto che ci ha dato più soddisfazione. «Ma comu, già finiu?» è stata la critica più bella che ci è stata fatta da una donna anziana. Abbiamo sentito una donna ripetere più volte di seguito: «Millenni di cultura basati su una ridicola appendice», in dialetto che qui non sappiamo riprodurre.

E le compagne siciliane, belle, belle, belle, brave, con un’energia, un entusiasmo, una voglia di fare incredibili. 



 

La croce e la bandiera

Giuseppe Ruffino, comunista militante. Nella sua lunga militanza è stato per un periodo a fianco di Peppino Impastato. Memorabili le lotte per l'acqua potabile nelle case nel rione "Somalia" a Terrasini. Con la vena del giornalismo si è cimentato nella creazione di diverse testate locali passando poi al web. Ci ha lasciato questo episodio dove, tra l'ironico, l'ilare e il goliardico, ci racconta di un episodio giovanile di Peppino dove già si vede tutta la sua carica ironica.

 

La croce e la bandiera

  Pe raggiungere Cala Rossa dal terreno scosceso che la sovrastava (e la sovrasta), occorreva percorrere un lungo viottolo quasi impraticabile ostruito alla fine da un enorme granito, che bisognava aggirare con qualche difficoltà. Nel tratto mediano, che già sovrastava il mare, gli eucalyptus dell’Opus Dei, del tutto estranei alle nostre campagne, erano stati di recente piantati e ancora per poco sarebbe stato possibile rimirare dall’alto l’isolotto nella sua interezza adagiato nel centro della piccola baia.

 Quella mattina d’estate, non appena arrivati, avevamo notato che, a iniziare dalla sommità del viottolo, lungo il terreno scosceso, avevano steso un filo spinato fissato a robuste aste di ferro annegate in un cordolo in cemento. Cala Rossa, di fatto diveniva così quasi inaccessibile. Responsabile una società, l’ARCES, mi pare si chiamasse. Sulla destra il casermone dell’Opus Dei era ancora scheletrico.

«Opus umana, altro che Dei», aveva commentato Peppino. Anche sul versante ovest, poi, insistevano i lavori sull’alto profilo di Capo Rama dove, di lì a poco, sarebbero spuntati come funghi innumerevoli residences bifamiliari, spacciati per albergo!

 Scavalcammo la recinzione e ci avviammo giù, verso la cala. La giornata era magnifica, senza alito di vento e il mare piatto come l’olio. Superammo l’enorme granito e ci adattammo fra i ciottoli e le rocce. Peppino, mentre si slacciava le scarpe seduto su un grosso ciottolo, notò qualcosa di strano in fondo, proprio sull’isolotto: «Ma … chi è dda cuosa ddà?» aveva sussurrato fra sé.

Una enorme croce in ferro era cresciuta d’incanto sulla sua sommità. «E cchi è … l’Isola di Montecristo!», aveva commentato Giacomino; «Chi c’annu a ffari, a Via Crucis?», aveva infiorettato Pierluigi. E s’erano infittiti i commenti al vetriolo contro i preti.

 Nel pomeriggio ci demmo appuntamento al Bar Sport ru zzu Vartulu, in Piazza Duomo. Peppino lanciò una proposta: «Picciuotti, c’ho pensato, facciamo una enorme bandiera rossa e andiamo a legarla alla croce».

«E come ci arriviamo?».

«Procuriamoci un uzzareddu ».

Ci guardammo piuttosto scettici anche se ormai avevamo fatto il callo alle trovate di Peppino. Non era chiaro, però, chi avrebbe dovuto prestarci u uzzareddu (la barchetta) per spingerci a remi dal porto di Terrasini fino all’isolotto. E poi, di giorno? di notte? quando?

«Peppino, nun ci rumpiri a minchia e liccati u gelatu rû zzu Vartulu», saettò Giacomino.

«Piantare la bandiera rossa», spiegò Peppino, «non è un atto contro Cristo, ma contro i parrini, che fanno e sfannu quel che vogliono come i padroni; che usano la croce per opprimere, per … incantare … per addormentare e non per liberare».

«Questo lo pensi tu, lo pensiamo noi, ma andiamo a spiegarlo alle nostre madri …!», rispose Giacomino.

 In effetti che senso aveva quella immensa croce conficcata proprio lì, nell’occhio della baia? Chi aveva dato l’autorizzazione? Se ci stava la croce, allora anche la bandiera rossa doveva starci. E poi il rosso non era il colore che appattava con Gesù?

Le “giustificazioni”, diciamo così, di ordine storico-politico-teologico non bastarono a evitare gli interrogativi pratici su barca e stoffa rossa. Quali, ad esempio, le misure della bandiera? A occhio e … croce (ora ci vuole) avevamo pensato a una stoffa di almeno 3x4, per non farla “sfigurare” al fianco della mastodontica croce.  

All’infantile progettare condito di immagini più o meno simboliche, si mescolava un alto tasso di goliardia mista a incoscienza e ingenuità. E così, a furia di parlarne, tra battute e sfottò, finiu a bbabbìu.

 I giorni passarono e il progetto pian piano si afflosciò come bandiera senza vento e dopo

una settimana accantonammo del tutto l’idea ripiegando su qualcosa più terra terra.

E fu così che una bella mattina comparve lungo il cordolo in cemento una grande scritta:

 CROCE E ROSSA BANDIERA, INIZIA UNA NUOVA ERA

 Di vernice rossa, però, non ne trovammo. Da perenni squattrinati quali eravamo, usammo un rimasuglio di vernice verde conservato in un sottoscala.

                                                                                          Giuseppe Ruffino

 

L'estate del 1976 al circolo "Musica e Cultura" di Cinisi


mostra d'arte itinerante

          Tra il luglio e i primi dell’agosto 1976, al Circolo “Musica e Cultura” viene discussa la mia proposta di una mostra d’arte. Per me, timido e insicuro, il rapporto con le persone è sempre stato un problema. Ma al Circolo, dopo alcuni mesi di incontri, dibattiti, cineforum, attività e presenze continue, avevo imparato a conoscere e non temere chi, come me, aveva cominciato un viaggio di crescita culturale che non aveva riscontro in quella società perbenista, catto-clericale di quel tempo, fatta di giornali di provincia e dall’unica rete RAI1. Così proposi, lo ammeto, non senza difficoltà, una mostra d’arte mercato. La proposta fu subito accolta ma … subito fu integrata da altre proposte che impreziosirono la banalità di una classica esposizione al chiuso, ampliandola così di contenuti e significati. La cultura, o almeno il suo tentativo di essere, usciva a cercare nelle strade e nelle piazze le persone con cui dialogare e interagire. Non più un’arte nel chiuso di una stanza-galleria ma un’arte per il popolo che si muove in esso trasformandosi da momento privato in momento di riconquista degli spazi urbani oltre che di crescita culturale dal basso. L’idea viene subito ampliata come momento culturale poliedrico: stand di libri, teatro, musica, balletto, disegno per bambini, fumetto. Un pannello vedrà l’apporto di pensieri, idee e commenti del pubblico. Saranno cinque domeniche che ci vedranno impegnati nei varii quartieri del paese. Ogni volta è una giornata diversa ed intensa. E’ un momento dialettico con il pubblico che si ferma, osserva, si incuriosisce e chiede. Vuole conoscere e capire. E questo ci confortava ed entusiasmava, ci caricava. E’ il riprendersi la strada come momento d’aggregazione sociale contro l’emarginazione e la frantumazione. Ci si trova e si ritrova un modo diverso di stare insieme come momento di formazione e di gioco, di incontro e aggregazione a volte anche attraverso le improvvisazioni di una chitarra, con gli accordi classicheggianti di Piero Impastato.

Durante la discussione sull’articolazione di questa iniziativa che si protrarrà per oltre un mese, Peppino lancia la proposta dei murales. Sembra un’utopia irrealizzabile, ma di lì a poco verrà trovato il muro, anzi due. Il tema del murales cadrà sull’eccidio di Tall El Zaatar

volantino mostra itinerante
volantino mostra itinerante
 

Di seguito il racconto di Maria Concetta Biundo che di quella esperienza ne fu pienamente partecipe. 

 

L'estate del 1976

           Come non ricordare quell'estate del'76 vissuta al Circolo Musica e Cultura? Quell'estate che vedeva noi ragazzi e ragazze del circolo, allora poco più che ventenni impegnati in attività  culturali che tanto clamore suscitavano nel paese. Tante attività che si susseguivano l'una all'altra, una tra tutte la mostra itinerante. Itinerante perché ogni settimana in un posto diverso del paese, a partire da metà agosto fino a circa metà settembre, un posto diverso per portare tra la gente quadri, musica, teatro, libri, animazione, per permettere che quella cultura che cominciavamo a conoscere all'interno del circolo, raggiungesse il maggior numero di persone. Molta partecipazione,  anche tra chi voleva esporre, e così le domeniche delle date prefissate, a partire dalla mattinata si arrivava nel posto programmato,  piazza, metà corso, zona chiusa, villetta XXIV maggio,  zona mulino, zona scuole, si montava la mostra di quadri e foto, ma anche sculture, si posizionava la bancarella con i libri che si ritiravano da Palermo, e che riguardavano gli argomenti più innovativi di quel periodo: energia alternativa, emancipazione femminile, alimentazione, medicina, argomenti vari, espressione di una società che era in fase di cambiamento. E poi seguivano gli spettacoli : spettacoli teatrali, spettacoli musicali, spettacoli per bambini, estemporanea per bambini fatta ai quattro canti vicino alla fontanella. In due manifestazioni sono stati realizzati dei  murales, uno dedicato alle donne, un'altro alla causa palestinese. Quel percorso si è concluso con un raduno a Magaggiari: il primo raduno Nuove Tendenze, che ha visto un'ampia partecipazione  giovanile proveniente dai paesi circondari e da Palermo,  con diversi gruppi musicali che si susseguivano. Un'esperienza unica che ci ha reso consapevoli del periodo che stavamo vivendo, mille iniziative che ci vedevano protagonisti, supportati dall'idea che la cultura, come un'onda, doveva uscire dalle mura del circolo ed espandersi, destare interesse e curiosità. Un'esperienza testimoniata dalle tante foto esposte a Casa Memoria, per ribadire quel concetto ripreso e divulgato poi da Felicia che la mafia si combatte con la cultura e non con la pistola. L'entusiasmo che ci accompagnava era tanto, ed il ricordo di quelle giornate rimane ancora vivo anche se è trascorso quasi mezzo secolo.

Maria Concetta Biundo

 

14 agosto 1976

Dopo poco più di 7 mesi dalla fondazione del #circolomusicaecultura e dopo una serie di iniziative culturali svolte all'interno della sede, dopo l'organizzazione all'esterno dello spettacolo teatrale "le streghe", ci ritroviamo per una iniziativa pubblica che durerà fino a settembre: la mostra d'arte itinerante. Quadri, foto, disegni, danza classica, concerti .... un mese all'insegna della cultura e della creatività. Prima tappa: via Sacramento nella parte adiacente la scuola elementare.







 

15 agosto 1976

          La mostra mercato itinerante fa tappa nella piazza di #cinisi La cultura portata nei luoghi simbolo del potere, in questo caso religione e politica. Il posto degli intrallazzi viene occupato dai colori dei quadri e dalle copertine degli stand di libri. Alternativa al "così è e così sarà". Abbiamo creduto e credevamo nel cambiamento, che le cose non sono poi così immutabili, anche se il futuro era incerto, noi ci provavamo. E la sera concerto e fuori programma: danza classica. Il tutto gratuito, senza sponsor, senza finanziamenti pubblici o privati. Senza secondi fini più o meno occulti ma con tanta leggerezza e gioia di vivere in un impegno difficile. . 

 


 

29 agosto del 1976

La mostra d'arte itinerante approda al quartiere "Chiusa". Caricati i nostri pochi mezzi ci piazzammo in questa piazzetta. Come solito pannelli di legno e cartone dove affiggere foto e disegni, i quadri appesi alle pareti delle case, lo stand dei libri ... in poco tempo tutto fu pronto, con la solita allegria, l'ironia, ... la voglia di cambiare le cose immutabili. Ma quella domenica d'agosto. ... vedemmo solo passare le auto degli allevatori che andavano nelle stalle, verso la montagna e qualche famigliola che, con la scusa di andare a prendere l'acqua alle sorgenti, andava a respirare un po' d'aria di montagna. Nessuno si fermò e non vedemmo anima viva. Ma la cosa non ci demoralizzò ... un'altra domenica ci aspettava, sicuri che sarebbe stata una grande domenica.



5 settembre 1976.

          In questa domenica ci piazzammo nel corso all’altezza dei quattro canti. Il pomeriggio fu caratterizzato da una estemporanea per bambini a cui abbiamo fornito carta, colori e pennelli con lo stesso sistema dell’autofinanziamento. La manifestazione sarà una novità, ricca e vivace. Molti i bambini, di tutte le età, portati dai genitori (e qualcuno si è anche cimentato con carte e colori) ai “Quattro canti” dove il marciapiedi, ampio di suo, si allarga ancora di più. Una festa allegra, vociante, vivace, piena di espressività e colori. Tutti i lavori saranno poi esposti lungo i muri delle case limitrofe.

 



12 settembre 1976.

          Quasi in fondo al Corso Umberto, di fronte la stazione di rifornimento, come al solito montammo pannelli, foto, disegni, quadri, stand di libri. .. ma quello che caratterizzò questa domenica fu la realizzazione di un murales. Peppino era riuscito a trovare il muro!!! Il tema: l'eccidio a Tall el Zaatar avvenuto il 12 agosto dello stesso anno. Tall el Zaatar è stata una bidonville di 300.000 palestinesi, contadini libanesi, armeni poveri e kurdi, ad est di Beirut. Il massacro di circa 3000 civili, tra cui vecchi, donne e bambini, fu l’epilogo di un processo di pulizia etnica portato avanti dalle milizie falangiste cristiane per eliminare, nella parte da loro controllata, qualunque presenza palestinese o musulmana prograssista. Realizzai uno schizzo di massima sul muro precedentemente preparato dai muratori del gruppo, e poi mettemmo mano a pennelli e colori. Tutti ... tranne Peppino che fin dall'inizio ci guardava soddisfatto e osservati anche da numerosi curiosi che si chiedevano, e ci chiedevano, cosa mai rappresentassero quelle scene di guerra e di dolore dipinta sul muro. Come ricorda

Benedetto Cavataio “… la gente rimaneva sconvolta perché non capiva quello che veniva rappresentato. Accadeva che tanti si fermassero a chiedere cosa fossero quei segni sul muro, cosa fossero quei colori, cosa rappresentassero. Cos’erano quei volti, quelle braccia disperate alla ricerca di un aiuto, quei bimbi straziati che venivano rappresentati …”

Quel murales è rimasto per molti anni fino a quando il muro e la vecchia palazzina, che ha fatto anche da set cinematografico per il film "La moglie più bella" non è stato abbattuto per edificare una grande casa in grigi mattoni e rimasta così, ancora in costruzione. Un grande monumento alla devastazione della memoria, all'abusivismo edilizio e monumento all'indefinito siciliano.


 

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