Storie ribelli: micro storie di ragazzi e ragazze a Mafiòpoli con Peppino Impastato. Piazza virtuale, contenitore di racconti, serbatoio di emozioni condivise dal profondo del cuore e della Sicilia ribelle a mafia e repressione.

Due bambini al casolare Impastato: quando la memoria diventa seme.

Sabato 30 agosto 2025 avrei potuto trascorrerlo al mare, tra una nuotata e un po’ di sole. Invece ho aperto il casolare Impastato, come da calendario concordato tra le Associazioni che lo gestiscono e la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Palermo.

Sembrava una mattina come tante, ma si è trasformata in un’occasione di riflessione.



Prima ho incontrato Cinzia, una giovane dottoranda di Firenze che studia il rapporto tra donne e mare. Da lì la conversazione è scivolata sulla storia di Peppino: il circolo Musica e Cultura, l’esperienza di Radio Aut, la sua voce scomoda e coraggiosa, il contesto di questa storia collettiva. La memoria funziona così: ti porta sempre altrove, ti costringe a fare connessioni inattese.

Poi è arrivata Federica, una ragazza dell’Umbria che anni fa aveva fatto servizio civile a Casa Memoria Impastato ed oggi ne è socia e attivista. Questa volta era accompagnata da due bimbi, sei e quattro anni, curiosi e pieni di domande. Ammetto che mi sono sentito spiazzato: come si racconta a due bambini la storia di un uomo fatto saltare in aria dalla mafia?

Eppure lei ci è riuscita. Con semplicità, ha mostrato loro la panca – oggi rifatta in plexiglass, una brutta copia che oserei dire offensiva della Memoria e che non restituisce la forza dell’originale – dove hanno rappresentare le tracce di quel giorno. Li ha preparati con un linguaggio a misura di infante: avevano già letto il fumetto Peppino naso all’insù, e questo li aveva resi pronti a capire. Hanno ascoltato senza paura, con quella naturale serietà che l’infanzia sa riservare alle cose importanti.

Li ha poi fatti fermare davanti ad una sola foto tra quelle immagini dell’orrore appena compiuto, l’ha fatta guardare bene per ricordarla: il muretto della ferrovia, le agavi, i binari, la cava nella montagna, il cartello sulla ferrovia che dice Peppino assassinato qui. Infine li ha portati davanti a quel luogo reale, facendo sovrapporre loro il ricordo dell’immagine e la realtà. Uno sguardo che colmava la distanza tra il passato e l’adesso.

In quel momento ho capito qualcosa di essenziale: la memoria non è un museo, non è una cerimonia, non è una data sul calendario. È un gesto che passa di mano in mano, di voce in voce, persino agli occhi di due bambini. Non è mai troppo presto per imparare che la giustizia e il coraggio hanno un prezzo, ma che vale la pena ricordarli.

Forse il compito di chi custodisce la memoria è proprio questo: non tenerla ferma, ma consegnarla. Farla germogliare. Perché la storia di Peppino non appartiene solo a chi l’ha vissuta: appartiene a chi verrà dopo.

Il casolare Impastato, allora, non è solo un luogo della morte, ma un laboratorio di trasmissione. Non un mausoleo, ma uno spazio in cui la storia si consegna “di mano in mano”, fino ad arrivare persino alle mani piccole e agli occhi curiosi di due bambini che, un giorno, potranno raccontarla a loro volta.

Forse questo è il senso più profondo del custodire la memoria: non fissarla in un eterno presente, ma darle movimento, farla passare di generazione in generazione. Così che non diventi solo storia passata, ma coscienza viva, responsabilità attuale.

9 Maggio 2025 - Mattina al Casolare Impastato

Come ogni anno la giornata in ricordo di Giuseppe Impastato si apre nel casolare che vide gli ultimi istanti di vita di Peppino.

 


Un luogo sospeso, immerso nella macchia mediterranea, tra gli ulivi antichi che hanno ascoltato troppi silenzi. “

Un luogo che potrebbe sembrare pacifico e che invece la storia ha trasformato”, scriverà una ragazza in uno dei tour antimafia. E ha ragione. Perché qui la quiete della campagna non cancella la memoria, la custodisce.


Il terreno si riempie presto di voci e di passi: giovani dai volti accesi, assetati di capire, di sapere; e compagni di allora, tornati ancora, come ogni anno, con i volti segnati dal tempo e dall’amarezza della vita, ma con la stessa luce negli occhi di quando percorrevano quelle strade insieme a Peppino. In questo intreccio di generazioni, le parole scorrono come un fiume di memoria e resistenza: si raccontano le lotte di ieri e le contraddizioni di oggi, si cercano nuove forme di impegno, si rinnova la promessa di non dimenticare.



Tra la pace apparente del paesaggio e il peso della storia, il casolare torna a farsi cuore pulsante di una comunità viva, che sa ancora pronunciare il nome di Peppino come fosse un atto di presenza, un gesto d’amore e di coraggio.


 
 
 

 

 


 





Il sorriso di Peppino e la storia che nessuno racconta

 

47 anni dopo l’uccisione di Peppino Impastato, il corteo in sua memoria non è solo un evento pubblico, ma un atto di resistenza. In quella marcia, che lega simbolicamente Terrasini e Cinisi, si ripercorre la storia di chi non ha mai smesso di lottare, ma quest’anno c’è un momento che più di altri sembra raccontare il vero spirito della lotta: una giovane madre che cammina con un figlio in braccio, silenziosa, eppure portatrice di un messaggio potente. Ogni anno, il corteo è un incontro di volti noti e nuovi, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di sempre.

 






Ma quest’anno, in mezzo a quella folla, un volto anonimo risalta, senza parole, senza striscioni, senza applausi. Una giovane madre che, mentre il corteo continua, si ferma solo un attimo per nutrire il suo piccolo, un atto di amore e dedizione che diventa simbolo di un’eredità che non si ferma. Non cercava visibilità, eppure il suo gesto è l’essenza della resistenza. Camminava con passo lento ma deciso, come se ogni passo fosse un atto politico, un atto di memoria. La sua presenza nel corteo è stata l’epifania di quello che Peppino ha sempre rappresentato: la memoria che si fa carne nuova, l’eredità che non si celebra ma si continua. 








Non c’erano parole, solo un legame invisibile che univa questa madre alla memoria di Peppino e alla lotta per la giustizia. Quel gesto di alimentare il figlio in mezzo al corteo diventa l’immagine più potente: non c’è solo un gesto di cura, ma un atto di resistenza che sfida il tempo e la morte. La sua silenziosa forza, che non cerca visibilità, ci ricorda che la lotta di Peppino non è solo commemorazione, ma continua nel quotidiano. In quel momento, Peppino non era solo un ricordo, ma una presenza viva. 

 









 La madre, il suo bambino, e quel passo che non cercava applausi, erano il cuore pulsante della marcia. Ecco dove risiede la memoria di Peppino: non nei discorsi, ma in chi, ogni giorno, continua a camminare, a lottare, a nutrire il futuro, con la forza di chi sa che la vera resistenza è quella che non chiede nulla, ma dona tutto. Questa giovane madre, con il suo piccolo in braccio, è il simbolo di una Sicilia che non si piega, che cresce i propri figli con coraggio, amore e memoria.

 










In lei, Peppino sarebbe sicuramente sorriso, riconoscendo la politica che lui aveva sempre sognato: una politica che non fa rumore, ma cammina ogni giorno, anche nel silenzio. Finché ci saranno persone come lei, la memoria di Peppino non morirà mai. 


 






 

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